Omelia in occasione del “Te Deum” 31 dicembre 2016

Omelia in occasione del “Te Deum” 31 dicembre 2016

Ogni persona che voglia prendere coscienza del proprio esserci prende anche consapevolezza del tempo che sfugge. Nel momento però in cui questi decida di non subire semplicemente l’ineluttabile scorrere dei momenti ma si ferma ad interpretarli, compie un passo spirituale significativo: sottrae gli episodi alla banalità e li inserisce in un filone che chiamiamo storia e, se realizzato sotto lo sguardo di Dio, storia di salvezza. In Lui tutto ritrova un senso. Nella cornice di questo rileggersi si inserisce l’antico Inno del Te Deum cantato da generazioni di credenti e musicato da diversi compositori del passato. Se tradizionalmente il testo veniva attribuito a san Cipriano di Cartagine, oggi gli specialisti riconoscono la redazione finale a Niceta, vescovo di Remesiana (Dacia inferiore) alla fine del IV secolo. L’inno è suddiviso in tre parti. La prima (fino a Paraclitum Spiritum) è una lode trinitaria indirizzata al Padre e letterariamente è molto simile ad un’anafora eucaristica, contenendo il triplice Sanctus. La seconda parte, da Tu rex gloriæ a sanguine redemisti, è una lode a Cristo Redentore. L’ultima, da Salvum fac, è un seguito di suppliche e di versetti tratti dal libro dei salmi che costituisce un annuncio di speranza.

Sin dalle prime battute del testo ci si accorge che i verbi al plurale denotano come non sia sufficiente una lode fatta dal singolo fedele, la voce deve farsi comunitaria: avvertiamo infatti che nella preghiera non basta solo la nostra voce. Essa ha bisogno di rinforzarsi con la compagnia di tutto il popolo di Dio, che all’unisono fa sentire il suo canto di ringraziamento. “Per questo, nel Te Deum chiediamo l’aiuto agli Angeli, ai Profeti e a tutta la creazione per dare lode al Signore. Con questo inno ripercorriamo la storia della salvezza dove, per un misterioso disegno di Dio, trovano posto e sintesi anche le varie vicende della nostra vita di quest’anno trascorso” (Papa Francesco, Omelia 31.12.2015).

Mentre ci accingiamo a concludere un anno, possiamo scegliere se ripercorrere i giorni semplicemente ricordando i momenti di gioia o di dolore, oppure cercando di comprendere se abbiamo percepito la presenza di Dio che tutto rinnova e sostiene con il suo aiuto. Siamo interpellati a verificare se le vicende del mondo si sono realizzate secondo la volontà di Dio, oppure se abbiamo dato ascolto prevalentemente ai progetti degli uomini, spesso carichi di interessi privati, di insaziabile sete di potere e di violenza gratuita.

Per far questo è necessario imparare lo stile di Dio. Se lo stesso Gesù, otto giorni dopo la sua nascita, come racconta il vangelo di Luca proclamato poco fa, riceve l’imposizione del nome e la circoncisione, venendo così ufficialmente immesso in un popolo, tutto questo ha valore anche per noi. Siamo immessi in un popolo perché ce n’è bisogno. C’è un di più che riceviamo vivendo come Chiesa e c’è un di più che possiamo donare con responsabilità solo in quanto Chiesa. Allo stesso modo si deve percepire il “di più” che si riceve come collettività civile e il “di più” che si deve offrire con responsabilità, agli altri e al futuro dei nostri figli, come collettività civile. C’è una convenienza nell’essere parte di una comunità civile (una serie di diritti che devono essere riconosciuti) ed ecclesiale che però ci interpella anche nella responsabilità e nei doveri da assumerci. Il Te Deum ci fa ringraziare insieme, e ci fa chiedere perdono insieme, per tutto quello che non abbiamo saputo accogliere e per tutto quello che non abbiamo saputo fare insieme in questo anno. Sì perché troppo spesso sottovalutiamo la significatività che ha il nostro vivere come Chiesa, come custodi di quei valori che ormai solo il Vangelo annuncia e che sono portatori di vita. Dono e responsabilità che noi rischiamo di dimenticare e di cui la società ha urgente bisogno.

Se volessimo guardarci alle spalle, l’anno 2016 è stato definito dalla maggior parte degli esperti come “drammatico” in considerazione di alcuni episodi incresciosi: si pensi ai tanti atti terroristici (Bruxelles, Istanbul, Nizza, Berlino), ai migranti morti nel tentativo di fuggire dai loro paesi (nel 2016 si calcolano 5 mila morti tra i diretti in Europa e fra loro ben 4 mila morti nel Mediterraneo), alla guerra mondiale a pezzetti con i focolai di guerra (29 conflitti in corso in Africa, 16 in Asia, 9 stati nel continente europeo, 7 nel Medio Oriente…). Se poi si guardasse allo scollamento tra ciò che annunciavano i sondaggi ufficiali e ciò che ha espresso la base elettorale in occasione di alcuni appuntamenti come la questione Brexit, l’elezione di Donald Trump negli USA e anche il nostro Referendum sulla riforma costituzionale troviamo una costante: è andata in esilio la capacità di percepire il disagio del popolo. Anche questi episodi sono manifestazione di una crisi, tanto che è stata considerata come parola dell’anno 2016 l’espressione: “post-verità”. Con post-verità si indica la dimensione “oltre la verità”, ossia di quel dopo la verità che non ha niente a che fare con la cronologia, ma che sottolinea il superamento della verità fino al punto di determinarne la perdita di importanza; così la post-verità spesso finisce per scivolare nella “verità del post”. Sembra di assistere ad uno scorrere rapido di eventi che sfuggono di mano e che sfuggono persino ad una interpretazione razionale, o per usare categorie bibliche ad una interpretazione profetica.

Se poi aggiungiamo la grave ferita del terremoto nel Centro Italia che ha lasciato dietro di sé morti e devastazioni di cui porteremo le conseguenza ancora per molto, ci viene da pensare ad un momento angosciante della nostra contemporaneità. Riconosciamo infatti che tanti sarebbero i motivi per rattristarci o per fuggire dalla realtà, tanti sarebbero quelli per disperare o per rinchiudersi nel proprio piccolo mondo.

Qui si innesta però la differenza cristiana. Tutto questo non è accettabile per chi crede in Dio. Il credente non cede a questa tentazione di tristezza perché egli, cammina, procede e non si siede, “non siede in compagnia degli arroganti, ma nella legge del Signor trova la sua gioia”  (Sal 1). Il credente sa in chi ha posto la sua fiducia ossia in Colui che dice: “Io sono l’Alfa e l’Omèga, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!” (Ap, 1,8). Siamo qui allora per vincere l’angoscia di chi guarda solo la bassezza umana ed elevare lo sguardo innanzitutto con la gratitudine, poi con la richiesta di perdono, riscoprendo la preghiera in vista di una corresponsabilità.

Innanzitutto occorre guarire il cuore vivendo la gratitudine. Non sappiamo nulla del nostro futuro ma abbiamo una certezza: Dio desidera benedirci. Dio affida questo incarico ai sacerdoti: “Parla ad Aronne e ai suoi figli dicendo: Così benedirete gli israeliti…”. È un dovere quello di invocare la benedizione perché è fondamentale mettersi sotto lo sguardo di Dio per affrontare il futuro. Se Dio comanda che si benedica il popolo è perché solo a partire da quella Sua carezza si può affrontare il futuro. Per la sanità/salvezza del nostro io è molto più decisivo il fatto che Dio ci guarda, rispetto al fatto che noi lo guardiamo. O, meglio, la certezza che Lui ci guarda è la condizione perché noi possiamo vederlo: Videntem videre (vedere Colui che ci vede) diceva Sant’Agostino! Insomma siccome Egli ci cerca con il suo sguardo di predilezione noi possiamo sentirci benedetti. Offriamoci dunque al suo sguardo, come ci si offre ai raggi del sole. E questa benevolenza di Dio è già motivo di gratitudine. In ogni uomo c’è un motivo di gratitudine da cui ripartire, da cui ricostruire, per cui ricominciare. E la comunità ha certamente motivi per ringraziare pur dovendo fronteggiare fatiche e scandali. Il ringraziamento rimane d’obbligo; perché? Perché è vero che il male è presente abbondante nel mondo ma, se non ci fosse una base ampia di bene, il male non potrebbe nemmeno manifestarsi: il male è tale perché attacca, corrode e cerca di distruggere quello che esiste di bene. Se non ci fosse un tessuto solido e ampio di rispetto per gli altri, non rimarremmo nemmeno inorriditi davanti ai crimini che sconvolgono la convivenza civile. C’è un fondo di bene che Dio lascia nel nostro cuore, e accresce nella misura in cui custodiamo la Sua benedizione. Cerchiamo perciò di piacere a Dio e di lasciarci indicare quale sia il nostro vero bene.

E per quello che “non è andato” dei nostri giorni e del nostro passato? Oso dire che bisogna coltivare tre atteggiamenti: chiedere perdono, pregare e ripartire con responsabilità.

Chiedere perdono come ci farà cantare il Te Deum: “Miserere nostri, Domine, miserere nostri…”. Occorre insomma riconoscere che chiudendoci nell’egoismo abbiamo lasciato vittime dietro di noi, e che questo ha appesantito i nostri cuori. Di questo dobbiamo chiedere perdono anche a Dio perché non abbiamo visto in Lui il Padre dei nostri fratelli e il datore di ogni bene necessario per superare le difficoltà[1]. Abbiamo voluto fare da soli tante cose in questo anno e ci siamo ingarbugliati la vita. Ecco perché chiediamo perdono a Colui che avrebbe voluto aiutarci:  “Se il mio popolo mi ascoltasse! Se Israele camminasse per le mie vie! Subito piegherei i suoi nemici…” (Sal 81). Gli chiediamo perdono perché abbiamo voluto prendere dagli uomini la nostra gloria, la nostra notorietà e ricchezza. Chiediamo perdono a Lui e, così, non vivere più quegli inutili sensi di colpa che ci paralizzano nel nostro misero io: vogliamo attingere dalla Grazia di Dio la linfa; quella linfa per ripartire come nuove creature verso il futuro. Credo in questo volto di Dio che è pronto a perdonarmi? Che cosa ho fatto di quel Giubileo straordinario di misericordia? Ho provato quanto sia necessario ricevere e donare misericordia nella mia casa, per ritornare a vivere?

Insieme alla richiesta di perdono il cristiano oggi ricomincia a credere nel necessario respiro della preghiera. La preghiera oggi è più che mai necessaria per alimentare la speranza. Chi pensasse di fare a meno della preghiera (come dialogo con Colui dal quale sappiamo di essere amati), chi volesse dedicare il tempo a qualcos’altro di più urgente senza ricevere da Dio quella Carità ardente, molto presto si arrenderà di fronte alla ingratitudine umana. Chi prega impara a sperare nelle potenzialità dell’uomo che vanno oltre l’uomo. Imparerà a continuare il suo lavoro di “pontefice” (costruttore di ponti) nonostante i mille costruttori di muri. Chi prega sa di poter confidare nella logica del seme che, una volta gettato, un frutto lo darà anche se prima è necessario il buio e il silenzio del terreno. Il cristiano non dispera, se prega. Non si ferma, se prega. Conosce il proprio cuore, se prega, perché si mette in ascolto del Cuore di Dio. Se prega vive della fiducia di Dio.

In ultimo il cristiano, che questa sera si ferma a cantare il Te Deum, ricomincia a vivere con responsabilità sapendo che il mondo cambia a partire da quelle relazioni del quotidiano. Papa Francesco consegnandoci il suo messaggio per la Pace per il 1° gennaio 2017, ricorda a tutti che è necessaria una cultura della non violenza attiva per ricucire i rapporti tra gli uomini e per estinguere le guerre. Prima di pensare però ai massimi sistemi o, forse, proprio per intaccare seriamente le logiche dei potenti, egli si raccomanda alle famiglie: “Se l’origine da cui scaturisce la violenza è il cuore degli uomini, allora è fondamentale percorrere il sentiero della nonviolenza in primo luogo all’interno della famiglia…La famiglia è l’indispensabile crogiolo attraverso il quale coniugi, genitori e figli, fratelli e sorelle imparano a comunicare e a prendersi cura gli uni degli altri in modo disinteressato, e dove gli attriti o addirittura i conflitti devono essere superati non con la forza, ma con il dialogo, il rispetto, la ricerca del bene dell’altro, la misericordia e il perdono..”

Ecco il giubileo che continua nelle mura domestiche. Ecco l’educazione alla pace che riparte dal linguaggio quotidiano. Ecco di cosa ha davvero bisogno la società e il mondo intero: ha bisogno di famiglia. C’è nostalgia di famiglia vera, c’è desiderio di vedere una società che riparte con speranza dalla sua prima cellula. Quante famiglie conoscono questa bella vocazione? Quante famiglie riconoscono che in questa missione di civiltà si riacquista vivibilità e respiro già da subito? Troppe famiglie sono state lasciate da sole o hanno preferito attingere altrove stili, linguaggi, abitudini non trovando in noi una mano tesa e finendo in mille vicoli ciechi, privi di futuro perché privi di misericordia! Eppure se tutto nasce dal cuore dell’uomo, è sul cuore dell’uomo che si deve lavorare. Sui cuori di quegli uomini e donne che sono un dono per le parrocchie e per la società: le famiglie. Nella famiglia o si trova tutto o si perde tutto. Oggi le famiglie frantumate e in guerra hanno bisogno di ritrovare la pace nella comunità cristiana. Oggi le famiglie in difficoltà hanno bisogno di vedere compagni di viaggio che sanno indicare la gioia del dono. I tanti giovani conviventi hanno bisogno di sentirsi dire che l’amore non è “provare”, l’altro non è qualcosa che si prova: nell’amore ci si accoglie nella gioia e nel dolore, nella buona e cattiva sorte e con la Grazia di Cristo si rimane uniti in un vincolo di libertà e volontà che farà conoscere l’altro in Dio. Così si costruisce la pace. Abbiamo bisogno di questi costruttori di pace. Il 2017 deve essere un anno di pace in cui si riparte dalla famiglia. Almeno noi ripartiamo da lì e avremo seminato la pace di cui il mondo ha urgente bisogno. La nostra Città ha urgente bisogno di quella pace tra le nuove e le vecchie generazioni che è fatta di ascolto, di sguardo, di condivisione; la nostra Città ha bisogno di quella riconciliazione tra giovani e cultura perché dalla cultura – che è scoperta del bello e del profondo patrimonio che abbiamo – nasce il rispetto e la tutela di sé, dell’altro e dell’ambiente. La nostra gente ha bisogno di quella pace fondata sulla corresponsabilità in cui passiamo dal “mi faccio gli affari miei” al “mi interessa che ciò che è di tutti rimanga per tutti”. C’è bisogno di ritrovare la pace tra giovani e lavoro perché dentro c’è la custodia delle famiglie. Quali meccanismi possiamo noi riattivare per rifiutare una logica mercenaria in cui la persona è semplicemente sfruttata e poi trattata come uno scarto? Occorre accogliere la sfida a costruire la società, la comunità o l’impresa con lo stile degli operatori di pace; “dando prova di misericordia rifiutando di scartare le persone, danneggiare l’ambiente e voler vincere ad ogni costo. Questo richiede la disponibilità «di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo”. (Messaggio per la Pace di Papa Francesco, 01/01/2017). Come mi impegno nella mia famiglia? Come cerco di non scartare la mia stessa famiglia? Il cristiano si ferma nell’ultimo giorno dell’anno non semplicemente per preparare un Cenone ma per adorare Colui che si è fatto solidale con noi, Colui che accoglie la nostra richiesta di perdono per plasmare i nostri giorni. La gratitudine eleva l’uomo, lo rafforza e gli fa guardare quel bene possibile a partire dalla propria famiglia, che è sempre un dono. Anche una famiglia ferita e frantumata, una famiglia in difficoltà nasconde dei germi di speranza nella misura in cui si lascia convincere delle opportunità di riconciliazione. Concludo con una testo poetico di David Maria Turoldo che ci restituisce un Dio accanto a tutti coloro che nel pianto alzano lo sguardo e riconoscono un Dio che ha osato sperimentare la nostra umanità per donarci la sua misericordia che ci ricrea:

Ma tu non avevi lacrime

Ma tu non avevi lacrime/ a noi invece era dato /piangere.

Questo, forse, ti sospinse fra noi?

Non ti apparteneva il fiotto azzurro di queste vene

che pure avevi scavato nella nostra carne.

Tu senza misteri/ Tu senza il rischio di questa

esistenza sempre giocata nell’incertezza del tempo defettibile,

nella continua paura di non esistere.

Tu dovevi essere felice / e noi perduti.

Così sei venuto a cercare / i cibi delle Tue creature maledette, / a farti

carne di peccato, mentre ti donavi.

E ciò solo noi ti invidiamo; questo

potere tu perdonarci

 

Perdonàti e salvàti da Dio, facciamoci anche noi operatori di riconciliazione accogliendo il Re della Pace, Cristo Gesù che vive e regna nei secoli dei secoli. Amen

 

[1] Illuminanti a questo proposito le parole del Vescovo Tonino Bello: “Eccoci, Signore, davanti a te, col fiato grosso, dopo aver tanto camminato. Ma se ci sentiamo sfiniti, non è perché abbiamo percorso un lungo tragitto, o abbiamo coperto chi sa quali interminabili rettilinei. E’ perché, purtroppo, molti passi, li abbiamo consumati sulle viottole nostre, e non sulle tue: seguendo i tracciati involuti della nostra caparbietà faccendiera, e non le indicazioni della tua Parola; confidando sulla riuscita delle nostre estenuanti manovre, e non suoi moduli semplici dell’abbandono fiducioso in te”.